giovedì 5 marzo 2015

Consumo critico e cucito consapevole

Cerco sempre di essere attenta a cosa acquisto: il consumo critico è un po' la mia filosofia di vita.
Consumo critico significa riflettere su cosa si acquista, solitamente ponendosi delle domande (una specie di "rasoio di Occam"):
- mi serve realmente?
- ho già un'alternativa?
- posso procurarmi un'alternativa (prestito, baratto, riciclo)?
- è realizzato secondo una filosofia che condivido?
...

Di recente un post sul blog Sewing Princess di Silvia mi ha indotto a riflettere sul fatto che il consumo critico si applica non solo all'acquisto di un prodotto finito, ma anche all'acquisto di "materiali".
Spesso noi adepte dell'hand-made siamo accecate dalla indubbia bellezza fascino di stoffe, o cartamodelli, e non ci soffermiamo a pensare sull'opportunità di un acquisto; del resto, è ormai chiaro quanta parte emozionale ci sia nell'atto di tirare fuori il portafoglio.

Silvia aveva fornito una serie di spunti di riflessione partendo da una vicenda che ha colpito / sta colpendo Aime comme Marie, una ditta francese che vende cartamodelli, tessuti con disegni propri e credo altro materiale.
Io non ho mai comprato nulla da Marie: ero attratta dal top Aime comme MIX, ma poi siccome costava 14 eurini e non ero sicurissima che l’avrei realizzato ho sempre posticipato l’acquisto.


Oggi Marie, la titolare, si trova nell'occhio del ciclone in quanto:
- uno dei suoi modelli maschili (una camicia) sembrerebbe ripreso in toto da un libro giapponese di camicie (la storia qui)
- un altro modello di camicia sembrerebbe identico ad un modello Burda (la storia qui)
- i disegni di alcune delle sue stoffe, dichiarati come "originali", sarebbero in realtà copiati da altri produttori oppure da siti internet (la storia qui)
Finora, ho usato tutti condizionali: non conosco di prima mano la vicenda, ne ho solo letto attraverso i link postati da Silvia, per cui mi sembra doveroso concedere il beneficio del dubbio a Marie.

Il tema, evidentemente, è molto sentito: il post di Silvia ha ricevuto tantissimi commenti, la maggior parte dei quali tesi a sottolineare come nella moda, anche quella non RTW (ready-to-wear), vi siano delle tendenze e delle stagionalità che si ripresentano, e modelli uguali a se stessi.
Peraltro, Silvia è coinvolta anche emotivamente, visto che è sempre stata una fan dei modelli di Marie tanto da rappresentarla all'ultima edizione autunnale di Abilmente; nel suo post si leggeva anche una considerazione di più ampio respiro: chi sostiene gli Indie Patterns, ossia quei modelli realizzati da designer indipendenti, lo fa non solo per i modelli in sé, ma anche per la volontà di sostenere piccoli imprenditori rispetto ai cosiddetti "BIG 4" (ora, essendo io una reietta senza bandiera, ho capito che i BIG 4 sono: Burda, ...(McCallen?)..., ...(Vogue)..., ...(???)... vabbè, dai), e quindi agendo come consumatrice “emozionale” piuttosto che “critica”.

Con questi pensieri in testa, oltre alla mia solita fluffa, ho attesto con reale trepidazione l’uscita della nuova collezione P/E 2015 “Ticket” di Named.

Parentesi: Named è una società finlandese che vende cartamodelli, composta dalle due sorelle Saara e Laura. Io sono una loro fan della prima ora, in pratica gli unici modelli mai acquistati - a parte le riviste Burda (ormai abbandonate) ed i libri – sono i loro, anche perché come spiegavo in un vecchio post la loro taglia 40 mi calza a pennello, e non dover apportare modifiche è un pre-requisito essenziale per lavorare in santa pace. Chiusa parentesi.

Il 3 Marzo esce la nuova collezione P/E 2015 Ticket e rimango alquanto perplessa dalla “linearità” di alcuni modelli.
I pantaloni Alexandria (voglio quella stoffa!!!), come pure la t-shirt Geneva, sono piuttosto basici (ovviamente, sto parlando di modelli, e non di facilità di esecuzione) e lo stesso vale per la gonna Zaria, di cui ricordo sicuramente il modello su un vecchio Burda.
Inoltre, io non sono una di quelle che "se non è fatto a mano non lo tocco nemmeno", anzi.
Una t-shirt basica di Zara o altri val bene una messa, anche perchè il motivo per cui ho cominciato a cucire è che non trovavo nei negozi cose che mi piacessero, oppure che concretizzasero idee che avevo in testa, e una t-shirt è una t-shirt (decori a parte).





Dal mio punto di vista, il gap con la precedente collezione estiva P/E 2014 All Things Nice è impressionante, e non in positivo.
Ecco un esempio di quattro “vecchi” modelli (per inciso, sono una di quelle che ha comprato il Vanamo, oggettivamente un po' al di sopra delle mie capacità di cucito, conquistata dalle linee e desiderosa di mettermi alla prova...):

Azzardo una conclusione ritornando all'argomento principale del post, ossia il consumo critico, che a questo punto diventa anche consapevole: a parte il bikini Beverly, che mi piace tantissimo e ho deciso di cucire, e due pezzi interessanti (abito Delphy e abito Florence, quest’ultimo a mio avviso penalizzato dalla scelta dei colori) non credo mi interessi altro… ed è un peccato emozionalmente ma un risparmio finanziariamente... che sia questo il segreto del cucito critico e consapevole?


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