martedì 8 marzo 2016

I costi reali - The True Cost

Sono davvero pochi i film che mi hanno lasciato con gli occhi sbarrati (Titus, di Julie Taymor e Macbeth, di Justin Kurzel), nauseata (Diaz, di Daniele Vicari) e sottosopra (L’ora di religione, di Marco Tullio Giordana).
A quest’ultima categoria, da qualche giorno si è aggiunto THE TRUE COST, di Andrew Morgan, visto dopo il consiglio di Gaia Segattini (aka Vendetta Uncinetta); io l’ho affittato da Amazon, che ovviamente non mi paga una cippa per questa segnalazione. Ci tengo a precisarlo.

Questo documentario, la cui visione anche io modestamente vi consiglio, fornisce una serie di chiarimenti dietro i costi reali dell’industria della moda, anzi del fast-fashion.
La domanda di partenza è semplice, e credo che prima o poi ce la siamo posta tutte: come può una t-shirt costare 2 euro?
La risposta è: solo grazie a materie prime prodotte da coltivazioni estensive ed inquinanti, lavorate con prodotti chimici tossici, sfruttando il lavoro di donne (soprattutto, ma anche uomini) condannate ad ammazzarsi (letteralmente) di lavoro, senza possibilità di uscire dalla miseria in cui versano.
Non è una visione per madamine, ma per donne sì, perché non è mai troppo presto, né troppo tardi, per acquisire consapevolezza.

Collegato in qualche modo a questo documentario è il breve filmato


Diffuso lo scorso anno, in occasione del “WHO MADE MY CLOTHES”.
È talmente breve, che non starò a commentare o altro, vi dico solo: vale la pena guardarlo e basta.
Per chi non lo sapesse “WHO MADE MY CLOTHES” (http://fashionrevolution.org/) è una campagna globale lanciata in Inghilterra da Carry Somers e Orsola de Castro (due designer) con questa mission

“noi crediamo nella MODA, un’industria che dà valore alle persone, all’ambiente, alla creatività ed al profitto in egual misura, ed è responsabilità di tutti assicurarsi che ciò accada”

La campagna coinvolge tutta la filiera (coltivatori delle fibre, produttori di tessuti, stilisti, grandi firme, negozi di abbigliamento e accessori) ma soprattutto, la ggggente comune, in nome di una produzione giusta, etica e trasparente.
PICCOLA PARENTESI: il Fashion Revolution Day cade ogni anno, il 24 Aprile, giorno dell’anniversario del crollo dell’edificio commerciale “Rana Plaza”, che in Bangladesh causò la morte di oltre 1000 lavoratori sepolti dal crollo dell’edificio (fonte: Wikipedia)

Me medesima nel palazzo del Topkapi
Dopo questa premessa seria, eccomi in versione banda bassotti / Amélie Poulain dei poveri.
Sto indossando una maglia di H&M, comprata nel 2006 e regalata al fidanzato di allora.
Lui l’ha indossata per qualche tempo, poi l’ha passata a me. Io ho continuato ad indossarla, anche con il pancione, fino a quando oggettivamente non ce l’ha fatta più (la maglia, non io… potrei indossare le righe 9 giorni su 7).
A questo punto, ho aperto tutte le cuciture, ed usato i pezzi (manica, davanti e dietro) per realizzare un cartamodello di base, per usi futuri.
Quindi, i pezzi nelle condizioni ancora accettabili finiranno su una Ri-Twenty bag in fase di realizzo, con gli altri darò la polvere in casa, e poi finiranno nell’immondizia.
Non sempre riusciamo ad amare, ed usare, i nostri vestiti in questo modo, ma la visione di The True Cost mi ha spronato ad avere maggiore rispetto e considerazione per chi fa i miei vestiti, inclusa me stessa.

P.S. Il fidanzato di allora me lo sono sposato

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